Basta stronzate, chiudo il blog

Questo blog riunisce quelle che per me sono le cose migliori che ho scritto e appuntato dal 2005 fino a oggi, cioè da quando ho cominciato a scrivere sul web.
Gran parte di queste mi danno la nausea al solo pensiero. Però ci sono pure cose carine che avrebbero bisogno di essere riscritte e che quindi, al contrario delle prime, mi danno la nausea al solo pensiero.
Per questo è arrivata l’ora di chiuderlo, questo blog, così come ho fatto con gli altri quattro precedenti.
Sarebbe tutto molto comico, se solo non fosse molto comico.
Cinque blog personali in sedici anni. Più una miriade di progetti, collaborazioni, articoli, recensioni, pezzi brillanti, frasi ad effetto, citazioni a cazzo, strizzatine d’occhio, narcisismo di fondo, sfacciata arroganza, autocompiacimento da genietto di provincia, dabbenaggine da povero illuso, anticapitalismo da anima bella, recriminazionismo da adolescente viziato, francofortismo da bambino capriccioso.
Quante parole sprecate? Quante stronzate evitabili? Tante, quasi tutte.
Il disastro è sia formale (Dio quelle sfilze di aggettivi! E lo stile artificioso! E il periodare affettato! E che ridondanza! Tutto così gonfio, turgido, infoiato! Una perenne tempesta ormonale che diventa ridicola non appena fai un passo indietro e la osservi da un po’ più lontano. Pensavi di avere talento e invece era solo testardaggine e allupamento) sia sostanziale (come fai a parlare di certe cose senza conoscere almeno un po’ l’economia? La storia? La biologia? La chimica? La fisica? La neuropsichiatria? Come fai a scrivere di libri e film senza esserti mai sforzato di approfondire la critica letteraria e cinematografica? Come fai a fare narrativa senza cimentartici quotidianamente come l’artigiano e la sua officina, come l’atleta e i suoi allenamenti? Come fai ad essere arrivato a 30 anni senza aver mai sentito parlare del gruppo degli Annales? E senza conoscere la filosofia analitica e Wittgenstein e il neopositivismo e il pragmatismo americano? E senza aver mai letto seriamente almeno la Bibbia, Omero, Shakespeare e i tragici greci? E senza…? E senza…? E senza…?) (Cosa cazzo esprimi opinioni, affermi, sostieni, analizzi, critichi, se non sai niente?!?).
Per questo, ma anche per molto altro, meglio chiuderla qui. Basta stronzate. Si ritornerà a scrivere un giorno, o forse no. Chi lo sa.

Parlo difficile soltanto per darmi un tono

Forse più il contesto è povero e sconfortante,
più il luogo dove si abita è mediocre e privo di stimoli,
e più è facile incontrare gente che vuole sentirsi
migliore degli altri.
E forse l’implicito io-non-sono-come-tutti-gli-altri,
io-non-sono-come-tutto-intorno,
io-non-sono-come-tutto-il-resto,
che spesso si staglia sullo sfondo dei discorsi e dei comportamenti in cui mi imbatto ogni giorno,
forse è più frequente in Sicilia, per dire,
che in un posto meno povero sconfortante mediocre e privo di stimoli.
E forse per questo la Sicilia è particolarmente fertile
in fatto di palloni gonfiati, vanagloriosi, fanfaroni, chiacchieroni, cialtroni,
barocchi pachidermi senza nessuna autoironia
e insopportabili molestatori dall’ego perennemente turgido.
E, secondo questa mia improvvisata teoria,
in previsione di un futuro inesorabile di sprofondamento economico, culturale, sociale e civile dell’Isola,
fertile in questo modo lo diventerà sempre e sempre di più.

Uno dei modi che più conosco
per sentirsi migliori degli altri
è quello di usare i paroloni,
sbrodolarsi con complicati sofismi di lessico e sintassi,
o anche sciorinare ad ogni occasione utile (e inutile)
le proprie nozioni,
fare mostra perenne – quasi sempre non richiesta –
di ciò che si sa, si fa e si è.
Questa cosa la conosco bene, ovviamente,
perché io l’ho sempre fatta.

Ma cosa serve parlare se si parla solo per tastare sé stessi
e avere una qualche prova della propria esistenza?
Cosa serve parlare se si parla solo per sentirsi qualcuno,
incessantemente, instancabilmente, esclusivamente,
solo per questo
con la perenne paura di mollare un attimo
ed essere nessuno?
Se si fa così, dove finisce la comunicazione,
ovvero la messa in comune di qualcosa,
il trovare uno spazio comune in cui inter-agire?
Dov’è l’incontro scoperta uscire imparare capire crescere migliorare vivere esistere essere qualcuno?

E quando questa cosa la fa un persona,
questo è sicuramente un male,
ma quando la fanno tante persone?
E quando la fanno tutti?

Noncenecoviddi, una sterile invettiva moralista

Il fenomeno noncenecoviddi è l’ennesimo caso di vigliaccheria generalizzata e bullismo diffuso in cui si vanno a saldare diverse tendenze che ci possiedono: la nostra violenta fame di svago e intrattenimento, la nostra ossessiva ricerca di appigli robusti per sentirci indiscutibilmente superiore agli altri, la nostra voluttà nel dare addosso a chi è indifeso e non ci può nuocere in nessun modo (perché anche prendersela con qualcuno ricade spesso nel campo dello svago e dell’intrattenimento e , se questo costa fatica, che piacere c’è?).
Da una parte la miseria umana dei carnefici, dall’altra però la complice ingenuità – la non scusabile ignoranza – della vittima. Cosa pensare di questa vicenda? Non lo so bene, ma mi sembra una cosa piuttosto importante, però ho un po’ di confusione in testa. Metto giù qui alcune riflessioni.

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Appunti sul provincialismo: il confronto sociale continuo

Niccolò Carradori su Vice.

Spesso, se in provincia non ci sei nato, certe cose non le capisci nemmeno. Se sei di Roma o Milano o Bologna o Napoli questa dimensione di significato nell’insignificanza non la vedrai mai: è tutto troppo circoscritto e senza sbocchi per interessarti.

La principale esagerazione è quella della tua postazione nella nomenklatura sociale. Se sei ricco in provincia, ad esempio, hai un senso più esteso del tuo privilegio. Ti sembra che i leccaculo o le persone invidiose siano ovunque—anche se non ostenti per niente—perché tutti sanno chi sei, o comunque sanno chi sono i tuoi genitori, i tuoi nonni e via dicendo. Ci sei talmente abituato, che quando magari vai in una città più grande, dove nessuno ti conosce, ci rimani quasi male ad aver perso quella patina da satrapo.

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Il sorriso professionale #2

Un annuncio pubblicitario che fa finta di essere arte è – quando va bene – come quando qualcuno vi sorride cordialmente solo perché vuole qualcosa da voi. Questo è già disonesto, ma il peggio è l’effetto finale che tale disonestà suscita in noi: poiché esso offre un perfetto facsimile o simulacro di buona fede senza il vero spirito della buona fede, produce confusione nella nostra mente e alla fine la nostra guardia si alza anche di fronte ai sorrisi sinceri e all’arte vera e alla buona fede. Ci fa sentire confusi, soli, impotenti, arrabbiati e impauriti. Ci fa sentire disperati.40

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Il sorriso professionale

«O sei felice o ti licenziamo», la crudele legge del business di oggi

Mostrarsi sorridenti sempre è ormai un requisito richiesto ai dipendenti da parte delle aziende. La felicità è diventata uno strumento di business e di controllo societario. Ma può avere effetti collaterali

01 aprile 2017, di Lidia Baratta su Linkiesta

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Sacro, ragione e tecnica secondo Galimberti

[…] La mancanza di senso storico è il difetto ereditario di tutti i filosofi: alcuni di essi arrivano persino a prendere di punto in bianco la più recente configurazione dell’uomo, quale è venuta a delineandosi sotto l’influsso di determinate religioni e di determinati avvenimenti politici, come la forma fissa dalla quale si deve partire. Non vogliono imparare che l’uomo si è fatto, che anche la capacità di conoscere si è fatta. […] Ora, tutto l’essenziale del progredire umano è avvenuto in tempi remoti, molto precedenti a quei quattromila anni che noi approsimativamente conosciamo e nei quali l’uomo non può essersi cambiato di molto. Ma il filosofo vede nell’uomo attuale “istinti”, e presume che questi facciano parte dei fatti immutabili dell’uomo e possano pertanto fornire una chiave per la comprensione del mondo in generale; l’intera teleologia si basa sul fatto che si parla dell’uomo degli ultimi quattromila anni come di un uomo eterno, verso il quale convergono naturalmente, sin dal loro inizio, tutte le cose del mondo. Ma tutto si è fatto: non esistono fatti eterni, come non esistono verità assolute. […]

Friedrich Wilheim Nietzsche, Umano, troppo umano,
libro primo, parte prima, af. 2,
Newton Compton, 2010, pp. 33

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Individualismo è impotenza

Nei libri di Maurizio Lazzarato – uno dei maggiori esponenti della scuola del capitalismo cognitivo – viene analizzata minuziosamente la dinamica di “individualizzazione” dell’individuo storico e sociale di epoca neoliberista.

cit. La Thatcher: “Non esiste la società, esiste solo l’individuo” (più tardi aggiungerà la famiglia).

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L’intimità e la filosofia morale di Hannah Arendt

(Appunti su Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, Einaudi, 2015)

Etica e morale, stesso etimo: ethos, mores, cioè abitudini, usi e costumi. Con i secoli, il significato originario si è accresciuto. Non solo essere ma soprattutto dover-essere. La filosofia morale è principalmente avere a che fare con la valutazione delle azioni umane, in un contesto post-religioso, o comunque a prescindere da Dio, relativamente alle sfere del bene e del male.

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Londra e le città del futuro

Paolo Mossetti su The Vision

Il titolo di un saggio di Langdon Winner del 1986 si chiedeva: Può un oggetto inanimato essere politico? Una panchina, una porta scorrevole, uno spartitraffico possono rappresentare anche un’idea di autorità, di rapporti di potere, e non solo una gestione neutrale dello spazio pubblico. Le borchie appuntite installate all’esterno di un supermercato della catena TESCO, a Londra, messe lì apposta per scacciare i senzatetto senza dover scomodare la polizia (come si fa sui davanzali contro i piccioni), sembrano una risposta molto chiara. Ma questo è solo uno dei tanti esempi di ciò che il designer Dan Lockton ha definito come “architettura di controllo”, ovvero quelle  “caratteristiche, strutture o metodi operativi implementati all’interno di prodotti fisici, software, edifici e planimetrie cittadine […] per far rispettare, rafforzare o limitare certi comportamenti degli utenti”.

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Appunti base-base su comunicazione e politica: Goffman, Thompson e Meyrowitz

Due concetti elaborati da Meyrowitz: la visione da palcoscenico laterale e la comunicazione di spazio intermedio.
Con la moltiplicazione dei media e l’attuale molti-moltiplicazione dei social media, l’uomo politico si trova sempre di più, nel tempo e nello spazio, a rischio foto/video/condivisione/viralizzazione.
Se prima c’erano “solo” i paparazzi, adesso – con gli smartphone e i social media – ogni essere umano nei dintorni è potenzialmente un paparazzo.

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Lavoro e tempo libero #11 – Alcune considerazioni finali

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


1. Tempo libero e tempo di lavoro nel postfordismo

Qual è allora l’articolazione di tempo libero e tempo di lavoro all’interno delle società postfordiste? Come vive il suo rapporto con il lavoro e il suo rapporto con il tempo libero il lavoratore della società occidentale postfordista?

Il nocciolo teorico che abbiamo deciso di approfondire, cioè quello riferito alle teorie del capitalismo cognitivo, ci induce a ragionare – caso per caso –  sulle variegate forme di biopotere che agiscono sui modi di vita dei lavoratori e sugli innumerevoli tentativi di modulazione – che rispondono alle logiche dello sfruttamento capitalistico – sulle loro vite quotidiane, dunque sia all’interno del tempo del lavoro sia all’interno del cosiddetto tempo libero.

Una distinzione dunque che diventa sempre più sfumata, a volte del tutto inservibile per qualunque fine conoscitivo.

Innanzitutto, in maniera evidente, tale distinzione semplicemente non esiste per quanto riguarda tutte quelle configurazioni lavorative diverse dal lavoro salariato dipendente, che – come abbiamo visto – rappresentano una fetta sempre crescente della totalità dei lavoratori.

Quale distinzione, infatti, tra tempo di lavoro e tempo libero nella vita di un lavoratore autonomo? Di un freelance? Di un consulente? Di un autista di Uber o di un affittacamere di AirBnB? Perfino di un commerciante?[1] Alla dinamica di riduzione dell’orario di lavoro, che ha interessato il lavoro lungo tutto il novecento, si contrappone un’altra dinamica, insidiosa perché sfuggente, tanto che ha portato qualcuno a sostenere: «Il problema non è la fine del lavoro, ma il lavoro senza fine»[2].

La cosiddetta autonomia formale di questi tipi di lavoro manda all’aria, inoltre, ogni percezione marxiana della propria condizione di lavoratore e di salariato – potremmo anche dire: di proletario – che queste figure nella quasi totalità dei casi vivono. E in ciò bisogna ricordare le riflessione di Negri dell’estendersi dello sfruttamento capitalistico dalla fabbrica alla società o gli studi di Sergio Bologna sul lavoro autonomo di seconda generazione. I lavoratori autonomi contemporanei sono nella maggior parte dei casi dei salariati il cui salario è erogato – con modalità polverizzate, in modo discontinuo sotto forma di reddito – da un capitalista collettivo senza volto e senza identità che si confonde con la società intera. Al padrone si sostituisce il banchiere e l’esattore, al controllo diretto e continuo sui tempi e sui ritmi del lavoro si sostituiscono le pressioni indirette e discontinue degli ordini, delle scadenze, delle commesse e del prodotto.

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Lavoro e tempo libero #10 – Le teorie sul postfordismo: il biocapitalismo cognitivo

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


1. Dall’operaio sociale all’operaio cognitivo: le nuove forme di sottomissione

È dopo la prima guerra del Golfo che le innovazioni nel campo dei trasporti e nel campo dell’informazione e della comunicazione (Ict) cominciano a coagularsi intorno a un unico e nuovo paradigma di accumulazione e valorizzazione. La nuova configurazione capitalistica tende a individuare nella merce «conoscenza» e nello «spazio» (geografico e virtuale) i nuovi cardini su cui fondare una capacità dinamica di accumulazione.[1]

All’interno di questa nuovo «paradigma di accumulazione» di cui parla Fumagalli, troviamo un nuovo paradigma di lavoratore. Abbiamo già accennato al lavoro digitale, che è la forma concreta del lavoro cognitivo, che ora andiamo ad approfondire.

E’ lo stesso Negri che negli anni novanta e duemila illustra il passaggio tra l’operaio sociale, di cui abbiamo parlato per esteso, alla nuova figura dell’operaio cognitivo, ovvero il soggetto che lavora in un contesto in cui la cifra non è soltanto la dislocazione/delocalizzazione produttiva e la terziarizzazione dell’economia, e non è nemmeno soltanto la precarizzazione del lavoro e la disoccupazione incombente, bensì proprio la diversa sostanza del lavoro, che è una sostanza di natura cognitiva.[2]

In ciò che comunemente viene chiamata società dell’informazione, Negri e gli studiosi del capitalismo cognitivo leggono nient’altro che l’evoluzione del discorso sul macchinismo e sul general intellect dei Grundisse di Marx e, conseguentemente, anche una nuova composizione di classe e un nuovo grado di sussunzione del lavoro al capitale.

Vediamo così che, negli studi sul capitalismo cognitivo, confluiscono gli spunti e i contributi dell’operaismo inaugurato da Panzieri nei primissimi anni sessanta, intrecciati alle nuove suggestioni sviluppate da Negri e rilette alla luce delle mutate condizioni storiche.

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Lavoro e tempo libero #9 – Le teorie sul postfordismo: gli operaisti italiani

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


Il crollo del paradigma taylorista-fordista-keynesiano e l’avvento di una contemporaneità che presenta caratteri del tutto inediti cambia radicalmente l’articolazione di lavoro e tempo libero all’interno della vita concreta della classe dei lavoratori delle società occidentali. Le riflessioni di Friedmann e soprattutto di Dumazedier invecchiano di colpo, superate dagli eventi.

Banalmente, come può essere il tempo libero una «fonte di autorealizzazione, di espressione della personalità» se il lavoro è divenuto precario e inoltre è perennemente minacciato dalla disoccupazione?

E inoltre, come si può ragionare in questi termini, se il lavoro sembra proprio aver cambiato natura, se sembra essere fatto di una sostanza diversa?

Si può pensare – come sembrano suggerire le riflessioni di Friedmann e Dumazedier – a una alienazione di una parte della giornata, quella dedicata al lavoro, per guadagnarsi il diritto a usufruire della restante parte della giornata in cui cimentarsi in attività ipsative e cioè, in qualche modo, potenzialmente dis-alienanti per l’essere umano?

Questa visione a compartimenti stagni già regge poco in epoca fordista, come abbiamo evidenziato nel secondo capitolo, mentre adesso risulta praticamente improponibile. La questione non può essere più posta in questo modo, e occorre uno sguardo teorico diverso, nuovi strumenti d’analisi, nuovi punti di vista.

Abbiamo deciso di affrontare l’argomento lavoro-tempo libero nel postfordismo approfondendo i concetti sviluppati dalla scuola postoperaista del capitalismo cognitivo, nata tra Italia e Francia tra gli anni novanta e gli anni duemila. Le riflessioni dei teorici del capitalismo cognitivo hanno origine però negli anni sessanta in Italia, nell’esperienza dell’operaismo, che andiamo ora a riassumere.

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Lavoro e tempo libero #8 – L’avvento del neoliberismo

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


E’ in questo contesto che possiamo comprendere il senso storico dell’avvento del neoliberismo nella scena economica, politica e sociale a partire dagli anni ottanta.

Nella trattazione del neoliberismo ci riferiremo al testo di David Harvey[1] in cui si mette in risalto, in un’ottica neomarxista, la funzione della teoria e della pratica neoliberista come di un tentativo (riuscito) di «ripristinare il potere di classe» della classe dei capitalisti contro una classe dei lavoratori che, all’interno delle società occidentali, stava conseguendo successi tali da minacciare la base dello sfruttamento capitalistico.

Al di là di questo, la trattazione del neoliberismo ci serve per agganciare alcune questioni che ci serviranno per meglio inquadrare l’ambito del lavoro e del tempo libero nel postfordismo, ovvero la deindustrializzazione, la terziarizzazione, la finanziarizzazione e la globalizzazione, oltre che a vedere sotto un altro punto di visto tutto ciò di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti.

Le teorie neoliberiste vengono formulate per la prima volta nel 1947 dalla cosiddetta società di Mont Pélerin, riunita attorno al filosofo ed economista austriaco Friedrich von Hayek.

Nata in Europa, la scuola neoliberista sbarca negli Usa negli anni sessanta grazie all’attività di Milton Friedman presso l’università di Chicago.

Le teorie in questione si rifanno alla scuola neoclassica-marginalista di Marshall, Jevon e Walras e hanno come principale obiettivo polemico, oltre ovviamente al socialismo e al comunismo, anche qualsiasi tipo di teoria basata sull’intervento statale, come appunto il keynesianesimo.

Dopo trent’anni di emarginazione accademica e politica, le teorie neoliberiste si prendono la loro rivincita in occasione della crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano che abbiamo appena illustrato.

L’egemonia del neoliberismo è sancita dai due premi nobel per l’economia assegnati a Hayek, nel 1974, e a Friedman, nel 1976, e viene portata avanti tramite istituti quali, oltre alla stessa società di Pelerin in Svizzera, la Bildelberg Conferences in Olanda, l’Adam Smith Institute e l’Institute of Economic Affairs in Inghilterra, il Cato Institute e la Heritage Foundation negli Stati Uniti, nonché le organizzazioni in cui tutte queste confluiscono come la Trilateral Commission e il World Economic Forum di Davos.

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Lavoro e tempo libero #7 – La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


1. Il postfordismo

Cercheremo adesso di discutere della articolazione di lavoro e tempo libero all’interno del periodo che chiamiamo postfordista. Usiamo questa denominazione per evidenziare innanzitutto i suoi tratti di discontinuità rispetto al periodo dei trent’anni successivi al secondo dopoguerra, e rispetto al paradigma di produzione/consumo/redistribuzione che abbiamo chiamato taylorista-fordista-keynesiano e che abbiamo analizzato nel secondo capitolo. Dicendo postfordismo, dunque, diciamo post-taylorismo-fordismo-keynesianesimo.

Cominciamo questa analisi, appunto, dalla crisi del suddetto paradigma, evidenziando che tale crisi si genera principalmente per cause endogene, cioè interne alla sua stessa struttura, mentre le cause esogene – come può essere lo shock petrolifero del 1973 e il conseguente aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime del decennio successivo – non sono altro che scintille che hanno fatto esplodere una polveriera che prima o poi doveva comunque esplodere.

Se la crisi del paradigma dipende dalla struttura interna del paradigma stesso – e la analizziamo in un paragrafo apposito – lo stesso non si può dire per le forme che ha assunto il suo superamento e l’articolazione di capitale e lavoro nell’epoca postfordista, che dipendono da complesse dinamiche storiche in cui intervengono numerosi fattori che cercheremo di riassumere nelle prossime pagine.

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Lavoro e tempo libero #6 – Negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


1. Lavoro e tempo libero in questa nuova fase: Friedmann e Dumazedier

Il periodo del secondo dopoguerra focalizza bene una determinata fase dello sviluppo del lavoro e del tempo libero. Mentre fino alla metà del XIX secolo si sta ancora vivendo la fase dell’emergere dell’industrializzazione, con tutto ciò che ne consegue per la classe lavoratrice (le estremità e le atrocità evocate nel primo capitolo), il secondo dopoguerra rappresenta in un certo senso il compimento di dinamiche storiche messe in moto nella seconda metà del XIX secolo:

1) Una certa configurazione del sistema capitalistico, sfociata prima nel capitalismo organizzato di fine secolo, figlio della grande depressione del 1873 e della cosiddetta seconda rivoluzione industriale, e poi nel sistema taylorista-fordista-keynesiano, figlio delle innovazioni organizzative, tecniche, industriali e politico-economiche dei primi decenni del XX secolo;

2) Una certa configurazione del lavoro nel settore industriale, profondamente plasmato dagli insegnamenti tayloristici, e dunque caratterizzato da razionalizzazione, parcellizzazione e specializzazione;

3) Un netto e consolidato, almeno a livello di percezione sociale, aumento del tempo libero a disposizione dei lavoratori, derivante dalla generale riduzione dell’orario di lavoro e dell’adozione della giornata di otto ore come punto di riferimento per tutti i lavoratori. Viene introdotto così una tripartizione della giornata-tipo del lavoratore che è cosa ben diversa, come concezione e percezione, rispetto alla giornata del lavoratore degli inizi dell’industrializzazione: otto ore di lavoro, otto ore di tempo libero, otto ore di riposo.

È per via di questo insieme di condizioni che troviamo, negli studiosi del secondo dopoguerra, uno sguardo più acuto, più preciso e più chiaro sugli ambiti del lavoro e del tempo libero, che assumono ora connotati meno confusi rispetto a quelli dell’epoca degli sconvolgimenti e delle catastrofi dell’emergere dell’industrializzazione.

Inoltre, c’è da sottolineare anche una sorta di flessione nella forza di analisi della teoria marxista, dovuta soprattutto a determinate contingenze storiche: con la rivoluzione di Ottobre del 1917 e soprattutto con la divisione del mondo in due blocchi all’indomani di Yalta (1943), la teoria marxista – nei paesi dell’Europa occidentale – si trova in qualche modo frenata dall’incontro-scontro-confronto con l’esperienza sovietica.

Anche per questo abbiamo scelto di approfondire, per cercare appigli teorici per interpretare questo specifico periodo, un gruppo di sociologi che si pongono al di fuori della tradizione marxista. Si tratta della scuola francese di sociologia del lavoro che si riunisce attorno alle due figure di Georges Friedmann e Pierre Naville, curatori del fondamentale Trattato di sociologia del lavoro del 1961[1], frutto di un lavoro collettivo condotto fin dall’immediato dopoguerra.

Come spiega Michele La Rosa, il Trattato segna la «nascita della sociologia del lavoro europea, e quindi della sociologia del lavoro tout court».[2]

Non che non esistessero precedentemente ricerche sociologiche sulle tematiche del lavoro, soprattutto negli Stati Uniti, ma questi – secondo Friedmann e Naville – peccano di eccessiva specializzazione e insufficiente sguardo effettivo alla società.

Se quella è un tipo di sociologia industriale, manageriale, con spiccate caratteristiche micro/empirico-quantitative e disciplinari, arrivando a rappresentare in definitiva «l’altra faccia dell’organizzazione del lavoro tayloristico», quella di Friedmann e Naville rappresenta invece una sociologia del lavoro che «riguarda da un lato i fenomeni macro e dall’altro si preoccupa di accurate sistematizzazioni teorico-interpretative (senza per la verità rinunciare alla ricerca, anche se con accentuazioni qualitative nuove e non irrilevanti)».[3]

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Lavoro e tempo libero #5 – L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


1. L’aumento del tempo libero

Parlando di Marx abbiamo visto come fino a un certo punto del XIX secolo il modo di produzione capitalistico tende, per sua stessa natura, verso un’estensione estrema dell’orario di lavoro, in perenne tensione con i limiti fisiologici della classe dei lavoratori.

E’ l’età più schiettamente brutale dell’industrializzazione, ben illustrata nelle opere di Marx ed Engels. La classe dei proprietari dei mezzi di produzione si presenta con quella che è – secondo i due pensatori tedeschi – la sua vera faccia: una classe di vampiri totalmente ossessionati dall’ansia di smungere plusvalore dalla corporeità e dall’attività della classe dei lavoratori.

Da un certo punto in poi, però, sempre a partire dall’Inghilterra, cominciano a essere adottati provvedimenti legislativi che cambiano le carte in tavola. Limitazioni dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, introduzione di più giorni liberi, ferie pagate.

Si tratta dell’inizio di un movimento che, pur con mille intoppi e resistenze, produrrà indiscutibilmente un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, pur restando nette le diseguaglianze rispetto alla classe dei capitalisti.

Le cause di questo movimento sono complesse: da una parte le lotte operaie – la classe operaia che comincia ad organizzarsi in Inghilterra e poi in tutta Europa: gli scioperi, le azioni di forza e le azioni di sensibilizzazione, in altre parole: la questione operaia che si presenta definitivamente come all’ordine del giorno dell’agenda politica e acquisisce innegabilmente una forte visibilità pubblica; dall’altra parte però è innegabile che tutto ciò viene anche reso possibile da alcune dinamiche interne al modo di produzione capitalistico stesso,  derivante principalmente dal vertiginoso ed esponenziale aumento di produttività che caratterizza l’industrializzazione a partire da metà ‘800.

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Lavoro e tempo libero #4 – Hannah Arendt

Appunti per uno studio su lavoro e tempo libero.
#1 Il lavoro nella storia
#2 L’Inghilterra e la nascita del capitalismo
#3 Marx
#4 Hannah Arendt
#5 L’aumento del tempo libero nel XIX secolo e il paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#6 Lavoro e tempo libero negli anni Cinquanta: Friedmann e Dumazedier
#7 La crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano
#8 L’avvento del neoliberismo
#9 Gli operaisti italiani
#10 Il biocapitalismo cognitivo
#11 Alcune considerazioni


5. Marx secondo Hannah Arendt

Abbiamo detto che il discorso di Marx è in un certo modo «aristotelico». E in effetti le movenze spesso sono proprio quelle aristoteliche, compreso l’attenzione tutta greca alla differenza – sempre mobile, fragile e mai definitiva – tra uomo e animale. Ma in cosa si differenzia Marx da Aristotele? L’abbiamo già detto: nel porre il lavoro come essenza dell’uomo.

Perché se anche per Aristotele e per i Greci in generale si può giungere a interpretare la concezione dell’essenza dell’uomo come attività (attività politica innanzitutto, in seguito attività contemplativa) sicuramente la categoria di lavoro non può mai essere inserita in queste attività. È il ribaltamento di cui stiamo tracciando il percorso. Marx ricalca consapevolmente Aristotele, è cosciente di questa sua derivazione, ma – proprio sul tema del lavoro – si distacca nettamente da Aristotele, producendo tra l’altro numerose contraddizioni. La questione l’ha ben analizzata Hannah Arendt in Vita activa – La condizione umana[1], il saggio del 1958 che succede a Le origini del totalitarismo del 1948[2] e in un ciclo di lezioni all’università di Princeton del 1953 di recente raccolte in una pubblicazione italiana.[3]

5.1 Il pensiero di Hannah Arendt

L’impresa teorica di Arendt – durante tutta la sua vita e le sue pubblicazioni – rappresenta un continuo sforzo di riconfigurazione concettuale dell’ambito del politico. Arendt cerca di trovare una nuova dimensione della possibilità dello stare insieme e dell’essere insieme all’interno di una società occidentale novecentesca da cui sono germinate realtà come il totalitarismo nazista e il campo di concentramento. Tutta la tradizione del pensiero occidentale è analizzata per comprendere come sia stato possibile arrivare al nazismo e al lager, quali siano stati i germi del pensiero che abbiano potuto giustificarli e contribuito a realizzarli.

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