Perchè vogliamo tutti sputtanarci e perchè vogliamo essere tutti oggetti e merci

Un capitolo de “L’ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani”
di Umberto Galimberti (2007).


1. La neutralizzazione della differenza tra interiorità ed esteriorità

Perchè tanta partecipazione di giovani ai reality show dove si esibiscono senza pudore i sentimenti più profondi e i segreti più nascosti della propria intimità? Brutto segno. Perchè questo significa che sono crollate le pareti che consentono di distinguere l’interiorità dall’esteriorità, la parte “discreta”, “particolare”, “privata”, “intima” di ciascuno di noi dalla sua esposizione e pubblicizzazione. Se infatti chiamiamo “intimo” ciò che si nega all’estraneo per concederlo a chi si vuol fare entrare nel proprio segreto profondo e spesso ignoto a noi stessi, allora il pudore, che difende la nostra intimità, difende anche la nostra libertà. E la difende in quel nucleo dove la nostra identità personale decide che tipo di relazione instaurare con l’altro. Il pudore infatti non è una faccenda di vesti, sottovesti o abbigliamento intimo, ma una sorta di vigilanza, dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro. Si può infatti essere nudi senza nulla concedere. La nudità del nostro corpo non dice ancora nulla della nostra disponibilità all’altro.

Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti e, come ci ricorda Sartre, “dallo sguardo degli altri siamo irrimediabilmente oggettivati”, il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri.
Ma contro tutto ciò soffia il vento del nostro tempo che vuole la pubblicizzazione dell’intimo, perchè in una società consumistica, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento dei giovani, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui, come le merci, il mondo è diventato una mostra, un’esposizione pubblica che è impossibile non visitare perchè comunque ci siamo dentro.

In questo modo molti giovani scambiano la loro identità con la pubblicità dell’immagine e, così facendo, si producono in quella metamorfosi dell’individuo che non cerca più se stesso, ma la pubblicità che lo costruisce. Per essere bisogna dunque apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non un’abilità, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall’anonimato mette in mostra la propria interiorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati “propri” che resistono all’omologazione, che, nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.

2. La matrice religiosa della spudoratezza

Eppure queste trasmissioni – che dobbiamo considerare più pornografiche della pornografia propriamente detta, perchè denudare la propria anima è peggio che denudare il proprio corpo – si alimentano dei cascami della cultura religiosa che, per quanto laicizzata, ancora si nutre della sua simbolica. La morte di Dio, infatti, non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi. E non si fatica a cogliere nell’occhio del Grande Fratello la trasposizione dell’occhio di Dio. Più che al voyeurismo di chi è in attesa di uno scorcio sessuale, penso che la curiosità degli spettatori stia proprio in questa trasposizione inconscia, che consiste nel mettersi al posto di Dio e guardare la vita degli uomini. Del resto il cristianesimo, da tutti noi inconsciamente assorbito, ci ha insegnato anche che nell’interiorità dell’uomo abita la verità. Su questo principio sono cresciute le fortune degli scrutatori dell’anima: dai preti nei confessionali agli psicoanalisti, che sono la versione laica dell’indagine interiore. Capiamo allora perchè trasmissioni in cui i giovani fanno a gara a sfoderare la loro intimità riscuotono un così grande successo: attivano metafore teologiche appena sepolte nel nostro inconscio collettivo. Non è un caso che le autorità ecclesiastiche non cessino di invitare “le autorità a interessarsi di simili trasmissioni, perchè rappresentano un’aperta violazione della privacy”. In un certo senso le capisco. Prima della morte di Dio la privacy, nel suo spaccato più intimo che è l’interiorità dell’anima, era gestita solo dai preti. Oggi questo genere di trasmissioni televisive la mettono a disposizione di tutti. In una parola la aboliscono.

3. L’omologazione dell’interiorità
Se la religione è il terreno di cultura in cui possono nascere trasmissioni del genere, il risultato è tutto politico (5) perchè la pubblicizzazione del privato è l’arma più efficace impiegata nelle società conformiste per togliere agli individui il loro tratto discreto, singolare, intimo.
Allo scopo vengono solitamente impiegati i mezzi di comunicazione che, dalla televisione ai giornali, con sempre più insistenza irrompono con indiscrezione nella parte discreta dell’individuo, per ottenere non solo attraverso test, questionari, campionature, statistiche, sondaggi d’opinione, indagini di mercato, ma anche e soprattutto con intime confessioni, emozioni in diretta, storie d’amore, trivellazioni di vite private, che sia lo stesso individuo a consegnare la sua interiorità, la sua parte intima, rendendo pubblici i suoi sentimenti secondo quei tracciati di spudoratezza che vengono acclamati come espressioni di sincerità, perchè in fondo: “Non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”. (6)
A livello subliminale (ma mica tanto ndrsi fa strada la convinzione che l’individuo non deve avere più segreti, al limite neppure un’interiorità, perchè le pareti della casa di psiche sono crollate e la spudoratezza diventa quasi una virtù: la virtù della sincerità.
Per quanto la cosa possa apparire strana, la sua realizzazione nella nostra società è già in corso e il processo di eliminazione del pudore è quasi completo, perchè il pudore può essere non solo sintomo di “insincerità” ma addirittura – e qui anche gli psicologi danno una mano – di “introversione”, di “chiusura in se stessi”, quindi di “inibizione” se non di “repressione”. E inibizione e repressione, recitano i manuali di psicologia, sono sintomi di “adattamento sociale frustrato”, quindi di una socializzazione fallita.
Cosa significa, dunque, quest’obbligo a “non avere nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”? Significa che le istanze del conformismo e dell’omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto, per rendere visibile ciascuno a ciascuno, per togliere di mezzo ogni interiorità come un impedimento, ogni riservatezza come un tradimento, per apprezzare ogni volontaria esibizione di sè come fatto di lealtà se non addirittura di salute psichica. E tutto ciò, anche se non ci pensiamo, approda ad un solo effetto: l’omologazione totale della società fin nell’intimità dei singoli individui e portare a compimento il conformismo.

Un pensiero riguardo “Perchè vogliamo tutti sputtanarci e perchè vogliamo essere tutti oggetti e merci

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